Gen 21 2008

Il Ponte d’la Spessia

Salendo lungo la via per il Rifugio di Segavecchia, a pochi passi dalla Locanda, si attraversa il Rio Bagnadori. La strada si fa ponte, il panorama si allarga un momento tutt’intorno, per poi richiudersi lungo la Pineta di Sanbuccione: guardando avanti, un muro di muschio e profumo di terra, indietro il Paese e la Casetta.

Da qualche giorno la via è libera e la neve si è ritirata ai lati, accovacciata negli angoli o distesa sui sassi scalpellati del ponte. Franco mi ha inviato alcune vecchie foto e mi ha sorpreso leggere in didascalia precisi nomi di borgate, passaggi, vie e sentieri che avevo dimenticato: questo è il Ponte d’la Spessia.

Ricordo che mio padre, parlando agli avventori del Bar Gianni, non amava le indicazioni generiche e superficiali, dava sempre voce, nome e cognome a tutti i sentieri, a tutte le bolate dove fanno i funghi, a tutti i luoghi nascosti della montagna: in dialetto, rigorosamente. Sarebbe bastata una descrizione elementare: il ponte, il sentiero di destra, la radura e la vetta con la croce… Ma sarebbe stato mediocre e fin troppo semplice: una squallida scorciatoia, una spolverata generale da profani, ben lontana dalla profondità di una vera conoscenza. Tramandare il Nome proprio è un modo per rendere giustizia al tempo, un rito che celebra la vita dei luoghi, un inchino alla loro bellezza.

Sepolte sotto il peso di giorni frenetici e di urgenze quotidiane, ho ritrovato le voci della nonna Wanda, dello zio Quinto, del povero Ulisse, intenti a dare un palcoscenico alla storia di questo o di quello. Conosco poco di questi boschi, conosco poco del mio Paese: allora, per lo più, immaginavo, ricostruivo la scena, guidata dal fascino di quegli stessi nomi. La Via dei Signori, il Sreton d’la Bonaccia, il Ponte d’la Stufa, il Campo delle Noci… Quando ho avuto l’occasione di andarci, di solcare il palco di tante vicende favolose, ho sentito, per un momento, il suono che fa il tempo mentre scorre, il piede affondare nel sentiero, lo zaino farsi più pesante. Mi fa sorridere il solo pensiero di avere il privilegio di una memoria in bianco e nero, un dialetto tramandato difendendone l’unicità: una volta era il bosco a battezzare noi, dopo le prove del sudore, della tenacia e del rispetto.

Il mio nome è lo stesso della Contessa che possedeva i terreni e la valle.

Ma la confidenza con questi luoghi va guadagnata a piccoli passi, poi difesa e coltivata.

Solo con molta pazienza e tutto tempo di una vita potrò aspirare ad esserne degna.

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